Prima dell’avvento del D.Lgs. 626/1994 ed in seguito del D.Lgs. 81/2008, la sicurezza sul lavoro è stata interpretata come un mero sistema di regole da applicare e verificare. Il meccanismo di funzionamento della gestione del rischio era sostanzialmente quello del controllo: procedure da istituire e seguire, obblighi da rispettare, sanzioni e provvedimenti disciplinari da somministrare in caso di violazione. In questo modello, il lavoratore era considerato nel migliore dei casi un soggetto da proteggere o, nel peggiore, da sorvegliare.
La normativa precedente al D.Lgs. 626/1994 prevedeva un sistema fondato esclusivamente sull’obbedienza e sul controllo, che per molto tempo è stato ritenuto il più efficace ed il più compatibile con un mondo del lavoro evidentemente molto diverso da quello dei nostri giorni.
Ad oggi, tuttavia, non è considerato accettabile ridurre la figura del lavoratore ad un mero esecutore: le dinamiche produttive, l’innovazione tecnologica, la frammentazione dei ruoli e la velocità del cambiamento rendono quel modello non solo inadeguato, ma anche controproducente. La gestione del rischio necessita di persone consapevoli, coinvolte e responsabili. Ha bisogno, cioè, di sicurezza partecipata.
Il lavoratore come soggetto attivo della sicurezza
Parlare di lavoratore come “soggetto attivo” significa riconoscere la dignità ed il valore dell’esperienza e della conoscenza di chi vive ogni giorno l’ambiente di lavoro e si trova esposto ai relativi rischi specifici. Significa, inoltre, riconoscere il valore del capitale umano e che le misure di prevenzione e protezione non si riferiscono al rischio di subire conseguenze sgradite davanti ad un giudice, ma al rischio che delle persone possano subire degli infortuni o possano convivere con una malattia professionale per il resto della loro vita.
Dopo quasi 32 anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. 626/1994 è opportuno chiedersi quanti lavoratori si sentano realmente soggetti attivi della sicurezza. Il rischio, ancora oggi, è che prevalga un’idea rigida sui confini della responsabilità e che si finisca per promuovere una cultura della delega (il cosiddetto “scaricabarile”), in cui vengono normalizzate frasi come “ci penserà l’RSPP”, “questo è un problema del preposto”, “faccio quello che mi viene detto di fare, così se succede qualcosa non è colpa mia”. Questa distanza è il chiaro sintomo di una sicurezza subita.
Cambiare questo sistema in uno di sicurezza partecipata è difficile, ma non impossibile. Serve un cambiamento profondo della relazione tra l’organizzazione, chi la dirige ed i lavoratori.
Cultura della conformità e cultura della fiducia
La sicurezza partecipata ha come condizione necessaria (ma non sufficiente) e fondante la fiducia del lavoratore nell’organizzazione e in chi la dirige. Se un lavoratore non comprende a fondo il valore del proprio ruolo di attore della sicurezza, sarà più propenso a temere di essere giudicato o sanzionato per aver segnalato un rischio o un errore, preferendo tacere. Se invece percepisce che ogni segnalazione viene accolta come contributo al miglioramento e non come un sistema di individuazione della colpa, allora tenderà a partecipare più facilmente.
Creare fiducia significa investire in ascolto e trasparenza. È auspicabile che l’organizzazione offra canali semplici ed accessibili ai lavoratori per raccogliere segnalazioni, proporre miglioramenti e condividere esperienze. Ad esempio, le riunioni periodiche (le cosiddette “ex art. 35”), spesso considerate un obbligo formale, possono trasformarsi in spazi di dialogo reale se chi le conduce sa valorizzare l’esperienza di chi lavora.
Coinvolgimento: dalla teoria alla pratica
Ma come si costruisce all’atto pratico la sicurezza partecipata? Non è sufficiente tappezzare le bacheche aziendali con volantini che parlano di “cultura della sicurezza”: serve tradurla in comportamenti condivisi e buone prassi che impattino realmente nel quotidiano dell’ambiente lavorativo. Alcuni esempi pratici sono:
- Effettuare una formazione esperienziale: oltre alle canoniche lezioni frontali, affiancare momenti pratici, role playing, scambio di esperienze tra lavoratori;
- Istituire una leadership visibile e coerente: per poter richiedere una partecipazione ai lavoratori, i datori di lavoro, i dirigenti ed i preposti devono mostrare con i fatti la loro priorità per la sicurezza, non solo con le parole, diventando nei fatti dei mentori per i lavoratori;
- Riconoscere i comportamenti positivi: valorizzare chi segnala tempestivamente un rischio o propone una soluzione, ad esempio creando dei giochi a premi durante la settimana della sicurezza o eventi simili organizzati periodicamente;
- Coinvolgere nei processi decisionali: inserire gli RLS nella valutazione dei rischi, non solo facendo firmare loro un verbale di consultazione, ma, ad esempio, effettuando i rilievi per una valutazione dei rischi specifici in collaborazione con loro, mostrando reale interesse per la prospettiva di chi con quel rischio ci convive quotidianamente;
- Comunicare in modo chiaro e trasparente: affinché la sicurezza non rimanga confinata negli uffici del Servizio di Prevenzione e Protezione, deve essere comunicata con un linguaggio comune, comprensibile e riferibile a chiunque faccia parte dell’organizzazione.
Partecipazione e corresponsabilità
L’obiettivo di tutte queste strategie di partecipazione è alimentare la percezione da parte dei lavoratori della corresponsabilità. Ciò sta a significare che la gestione della sicurezza non è una prerogativa degli addetti ai lavori o della dirigenza, ma è un elemento pervasivo e che riguarda tutti i membri dell’organizzazione: da chi coordina ed organizza i processi, fino al lavoratore neoassunto.
In questo senso, il lavoratore diventa realmente soggetto attivo e la sicurezza partecipata non rimane un concetto astratto. Non si tratta di deresponsabilizzare l’azienda, ma di amplificare il ruolo di chi ogni giorno costruisce la sicurezza con scelte consapevoli.
La sicurezza partecipata è la naturale evoluzione di un sistema che vuole passare dal rispetto delle regole fine a sé stesso alla costruzione di una cultura condivisa. La gestione della sicurezza sul lavoro non deve essere solo evitare incidenti, ma essere un insieme di processi e relazioni che può funzionare solo se chiunque ne prenda parte si senta partecipe di un progetto comune.
Se necessiti di aiuto nell’implementazione di un’organizzazione in cui la sicurezza è partecipata, contattaci ora.
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Martedì 06 gennaio 2026
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